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lunedì 21 ottobre 2019

Attenti, la babycam (forse) vi spia. E il video dei vostri figli potrebbe essere online visibile a tutti

Si possono passare ore a guardare una cucina di una casa inglese, senza che gli abitanti lo sappiano. O la piazza di Lorsch, in Germania. C'è un bar da qualche parte in Lombardia: non sapete dov’è, ma magari chi vedrà la foto in questo pezzo lo potrebbe riconoscere. O un negozio di occhiali in Italia. Anzi due negozi, probabilmente della stessa catena: quelle telecamere le avrà installate la stessa persona.
Benvenuti nel mondo dell’IoT, l’internet delle cose, un mare di possibilità che abbiamo inquinato di superficialità, senza prendere sul serio il problema della sicurezza, della privacy, del possesso dei dati. Gli esempi fatti sopra non sono inventati: le telecamere di sicurezza di questi luoghi, insieme a migliaia di altre in tutto il mondo, trasmettono dati sulla rete e sono accessibili a chiunque sappia come cercarle. E c’è di tutto, comprese immagini potenzialmente riprese nelle camere da letto dei bambini, attraverso babycam connesse ma non protette.
Il tema della sicurezza dell’Internet of Things riguarda tutti”, spiega Gianluca Varisco, Chief Information Security Officer di Arduino. “Ci riguarda tutti anche solo per una questione numerica. La stima è che nel 2019 esistano 20 miliardi di dispositivi connessi, ovvero qualsiasi dispositivo che ha una certa potenza computazionale e la possibilità di inviare o ricevere dati. Nel 2035 saranno mille miliardi. Questi dispositivi dovranno trasmettere dati sensibili per la nostra sicurezza e la privacy in maniera sicura”.

Varisco sarà a Roma l’8 novembre, in occasione di Code4Future, l’evento di due giorni organizzato da Html.it in collaborazone con Seedble di cui Repubblica e Mashable Italia sono media partner. Il suo intervento sulla sicurezza dell’IoT ha come titolo The Bad, the Ugly and the Weird of Iot, ovvero il Cattivo, il Brutto e lo Strano dell’Internet delle cose. Noi gli abbiamo chiesto di anticiparci quali sono, questi tre nemici della nostra sicurezza. E lui ci ha spaventato per bene.
Le telecamere vi spiano: il Cattivo dell'IoT
Potremmo dire che il fenomeno delle telecamere che abbiamo elencato all'inizio o le altre che vedete in questa pagina sono il Cattivo, anche se il sito da cui le abbiamo prese le espone online come denuncia. E mostra solo quelle più ‘innocue’, se così si può dire. Ma già nel 2015 alcuni esperti sono stati in grado di estrarre dati - nello specifico audio - registrati da una Barbie connessa a internet. Sì, le voci dei vostri bambini alla mercè di malintenzionati. 
Il Brutto dell'IoT: entrare nei pacemaker 
Siamo passati poi al Brutto, che più che brutto sembra proprio una trama uscita da un film horror. Per fortuna senza conseguenze reali. “I pacemaker sono dispositivi che mandano e ricevono informazioni - spiega Varisco - il problema è che in alcuni casi non sono sicuri: alcuni ricercatori, qualche anno fa, sono riusciti come esperimento a prendere da remoto il controllo di un chip non impiantato su nessun paziente e inviargli dei comandi”. In pratica i ricercatori sarebbero stati in grado di accedere a un pacemaker impiantato su un paziente e consumargli la batteria, accelerare o rallentare il battito del cuore o inviare degli shock. L’azienda che li aveva prodotti è stata costretta a sostituirli.
Lo Strano dell'IoT: entrare in un casinò attraverso l'acquario
Per sorridere un po’, siamo dovuti passare allo Strano, che sembra un film stile La Stangata, o se preferite Ocean’s Eleven. Infatti c’è stato un caso in cui dei malintenzionati sono riusciti a entrare nei sistemi informatici di un casinò di Las Vegas passando da un dispositivo connesso a internet che aveva il compito di dare cibo ai pesci di uno degli acquari dell’hotel. Una volta entrati lì dentro, hanno potuto muoversi in altri applicativi del casinò, compresi quelli che gestivano la contabilità e le carte di credito.
Le sfide per la sicurezza in questo settore sono molte: “Il fatto è che i dispositivi IoT – va avanti Varisco – non sono mai un prodotto unico, ma sono composti da elementi di più fornitori. Con livelli di sicurezza diversi. E’ un disastro di dipendenze e superfici di attacco”. Proviamo a farcelo spiegare in parole povere: un dispositivo di IoT può avere vulnerabilità a livello di software, di app, di sito web che lo gestisce, di comunicazione radio, di credenziali, di come i dati vengono salvati su cloud.

Il consumatore è in balia di tutta questa insicurezza, che non dipende da lui: “No, non ci sono bollini o certificazioni che dicano che quel dispositivo è sicuro. I cittadini hanno ragione a sentirsi impotenti, ma bisogna spingere su governi, produttori ed enti regolatori perché questi temi diventino centrali”. Dovrebbero essere immessi in commercio, continua Varisco, dispositivi che usino la cifratura come standard, che chiedano la rotazione delle password come default e che non espongano sul web servizi non necessari. E ancora: “E’ necessario fare ricerca ed è necessario che le aziende riconoscano il ruolo di chi trova vulnerabilità. Invece spesso denunciano il segnalatore per aver violato i loro dispositivi”.

Ma non c’è proprio nulla che possano fare gli utenti? “Come detto, gran parte del lavoro devono farlo altri soggetti. Ma i singoli cittadini devono certamente migliorare la consapevolezza della propria identità digitale. Non usare la stessa password per più account. Utilizzare l’autenticazione a due fattori, una cosa a cui con le banche ci stiamo abituando”. Insomma, per gli utenti finali intanto il consiglio è assicurarsi che i dispositivi abbiano password sicure.
Code4Future: partecipate all'evento (con lo sconto)
Code4Future è un evento che si svolgerà l'8 e il 9 novembre a Roma, al Talent Garden Ostiense (via Ostiense 92), uno spazio innovativo nel cuore della città. Si tratta di una due giorni (programma) di incontri e panel per capire come piattaforme digitali e tecnologie emergenti stanno impattando sul nostro modo di fare innovazione, e per formarsi in 4 aree di business chiave per facilitare la trasformazione digitale. 
Fonte: Repubblica.it

venerdì 22 giugno 2018

Roma, app per la mobilità integrata, dal treno al traghetto, al bike sharing

È stata presentata giovedì alla stazione Termini, e anche in quella fiorentina di Santa Mari Novella nonché a Santa Lucia, a Venezia, la Nugo Space Experience, installazione nella quale i viaggiatori possono vivere «un’esperienza sensoriale con storie di persone, immagini di città, mezzi in movimento e astrazioni artistiche sul viaggio». Nugo è un’app che permette di acquistare in pochi passaggi tutti i biglietti dell’itinerario scelto proponendo mezzi di trasporto pubblici, collettivi e condivisi in tutta Italia: treni, metropolitane, autobus, traghetti, car e bike sharing, taxi, oltre a prenotare la sosta dell’auto nei parcheggi delle stazioni ferroviarie. L’applicazione offre soluzioni di viaggio multimodali combinando le informazioni su orari e corse di circa 400 vettori, di cui 50 già acquistabili.

Con Nugo, selezionando partenza e arrivo, il viaggiatore potrà scegliere fra tutte le soluzioni quella in linea con le proprie esigenze in base a durata, mezzi, cambi di vettore e tariffe. Inoltre, la ricerca dell’itinerario migliore è strutturata in aree competitive, offrendo così al viaggiatore la possibilità di scegliere la tipologia di trasporto dominante del viaggio multimodale. E c’è la possibilità di acquistare con un’unica transazione tutti i biglietti del proprio viaggio. L’investimento iniziale della start up è di 20 milioni di euro. E Gianluigi Castelli, ad Nugo, spiega: «Siamo impegnati per espandere il numero di aziende di mobilità e trasporto presenti a bordo di Nugo, per offrire così itinerari sempre più completi e competitivi. Vogliamo dimostrare che si può lasciare a casa l’auto privata, a beneficio non solo della travel experience dei passeggeri ma anche dell’ambiente».
Fonte: roma.corriere.it

giovedì 2 novembre 2017

Seconda era del digitale terrestre: come capire se la tua tv va cambiata

L'hanno già ribattezzata la rivoluzione dei televisori. E in effetti trasmette abbastanza ansia a chi un televisore deve acquistarlo adesso, o lo ha acquistato da poco. Nel 2020, come anticipato dal Sole 24 Ore, si entrerà nella seconda era del digitale terrestre con il passaggio a nuove frequenze televisive. Un cambiamento che impone nuove tecnologie di decodifica. Lo standard di trasmissione fino ad ora utilizzato è il DVB-T, mentre il nuovo formato alle porte sarà una sua estensione, ovvero il DVB-T2. Questa nuova tecnologia, secondo le direttive della Commissione europea, dovrà essere adottata - dopo una fase di transizione - entro il 2022. 

Chi dovrà cambiare tv? 
Come possiamo capire se il nostro televisore è idoneo e pronto a questo cambiamento? Innanzi tutto è meglio sgombrare il campo dai fantasmi dei televisori che non funzioneranno più. Quando lo switch-off sarà realtà, se la nostra TV non dovesse essere compatibile con i nuovi standard, basterà acquistare un decoder. Un po' come è accaduto qualche anno fa con il passaggio dall'analogico al digitale. Se abbiamo acquistato un televisore nell’ultimo anno e mezzo è probabile che la tecnologia presente sia già quella valida per il nuovo sistema. Al contrario, se il televisore è stato acquistato prima del 1° luglio 2016 (data a partire dalla quale tutti i televisori venduti dai produttori ai negozianti devono avere un sintonizzatore per ricevere programmi in tecnologia DVB-T2, con tutte le relative codifiche approvate dall'Unione internazionale delle telecomunicazioni) è molto probabile che da luglio 2022 non funzioni proprio più, se non con un decoder a parte.

MANOVRA  01 novembre 2017
Switch-off e digitale, il Mise: «Nuovi televisori da acquistare entro il 2022»
Per chi, invece, deve o vuole comprare un tv, magari per Natale, i problemi non dovrebbero sussistere, visto che il 1° gennaio 2017 è scattato l'obbligo, per i negozianti, di vendere ai consumatori televisori già DVB-T2 o quantomeno abbinati a un decoder compatibile. È comunque bene stare attenti e non lasciarsi trasportare da offerte e prezzi vantaggiosi, in particolare online, perché esiste il rischio che vengano proposti tv con standard DVB-T. Occhio alle specifiche tecniche, quindi: bisogna accertarsi che il televisore supporti lo standard DVB-T2 e il più recente codec H265/HEVC. Sulla velocità del cambio ieri è interventuo il Mise, con una nota che spiega come soltanto nel 2022, quando saranno interessate tutte le emittenti nazionali, bisognerà avere televisori in tecnologia Dvd-T2 e standard HEVC (questo è assente a oggi su 9 tv su 10, mentre il DVB-T2 è già presente nel 60% dei casi).

Cosa cambierà con il DVB-T2 
Il passaggio allo standard DVB-T2 libera le frequenze mobili della banda 700, ovvero quelle comprese tra i 694 e i 790 MHz. Un passaggio che assegna queste frequenze alle telecomunicazioni mobili 4G e 5G. I benefici, in questo senso, sembrano importanti: le frequenze sulla banda 700 arrivano meglio all'interno degli immobili e superano gli ostacoli con più facilità rispetto a quelle con lunghezza d'onda più corte, garantendo una migliore copertura per smartphone e tablet. La nuova versione del digitale terrestre, invece, consentirà un aumento della qualità visiva e sonora, oltre a più contenuti in alta e altissima definizione. 
C'è da sottolineare che nel nostro Paese il passaggio al nuovo standard comprenderà, come detto, anche l'adozione del codec HEVC (High Efficiency Video Coding), che supporta l'ultra definizione delle immagini (fino a 8192×4320 pixel). Rai e Mediaset, però, hanno confermato che non effettueranno il passaggio dei loro canali principali fino al giorno in verrà confermato in sede legislativa lo switch-off definitivo.

Un mercato asfittico 
Questo passaggio potrebbe contribuire a rivitalizzare un mercato piuttosto asfittico, nonostante l’introduzione di novità tecnologiche come gli schermi oled. Nel primo semestre 2017 si è registrato quasi il 10 per cento in meno di apparecchi televisivi venduti. In Francia si è toccato un clamoroso -46 per cento registrato da GfK. La tendenza al calo è stata costante, con un -12,2 per cento nel 2015, e una ripresina l’anno successivo (+3,7 per cento), grazie agli Europei di calcio.
Fonte. IlSole24Ore

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